09/11/2014 Milano Film Network (Italian)

MFN 03

Abbiamo intercettato Hubert Sauper nei corridoi del teatro Strehler, tra un’intervista radiofonica e la proiezione del suo film. Dopo averlo visto viaggiare nel cuore dell’Africa centrale a bordo del piccolo aereo che si è costruito da solo, incontrarlo dal vivo, in jeans e giacca scura, fa uno strano effetto. Il suo documentario, We Come as Friends, arriva al MFF nella sezione Colpe di Stato, dopo i riconoscimenti al Sundance e alla Berlinale. 

Il film è un viaggio spazio-temporale ambientato in Sud Sudan, prima e dopo la sua indipendenza. Seguendo le tracce del neocolonialismo, Sauper svela gli effetti che questa nuova forma di dominazione straniera ha sul Paese e sfata il mito delle buone intenzioni. A bordo del suo aereo fatto di latta e d’improvvisazione, passa dai villaggi più remoti alle moderne piattaforme di estrazione petrolifera cinesi, dalle missioni dei cristiani evangelici alle basi di addestramento militare, dai campi minati ai quartieri delle Nazioni Unite. Il regista austriaco lascia che a parlare siano le immagini e le persone incontrate. A volte è ironico, altre spiazzante. Mette insieme i pezzi eterogenei di un mosaico tanto complicato quanto in continua trasformazione, una macchia di Rorschach di cui non si può dare un’interpretazione univoca e che proprio per questo Sauper non commenta ma lascia elaborare allo spettatore. È un crescendo via via più disturbante, che culmina con un’evidenza: per il Sud Sudan la liberazione è stata solo un’illusione.

 

We Come as Friends è narrato da un punto di vista alieno, il pubblico è uno straniero che assiste ai fatti senza avere spiegazioni. Perché ha scelto questa forma di racconto?

Credo che fare un film non significhi somministrare la propria visione, ma stabilire un rapporto intellettuale tra regista e spettatore. Un gioco delle parti in cui al pubblico è lasciata la possibilità di mettere in discussione ciò che vede. Detto questo, ci sono anche delle indicazioni, storie marginali che suggeriscono un’interpretazione.

 

Da dove nasce l’idea del viaggio in aereo?

Dovevo trovare un modo per raggiungere luoghi molto isolati ed entrare in contatto con gli abitanti. L’aereo, oltre che un mezzo di trasporto, è stato un espediente per rompere il ghiaccio e instaurare un rapporto immediato con i locali. Venivo visto come il comandante di una strampalata navicella spaziale e mi presentavo con un messaggio di pace: «We come as friends». Una ripetizione della patologia coloniale che caratterizza l’Occidente e sulla quale si interroga il film.

 

Si è mai sentito in colpa?

Tutti i giorni mi sono chiesto: «Perché sono qui? Cosa voglio comunicare?». Il cuore del film sta tutto in questa riflessione: come osservare e raccontare il mondo senza adottare un punto di vista occidentale. A ciò si unisce un’indagine psicologica sull’ossessione per l’avventura, intesa come ricerca di luoghi vergini da conquistare e colonizzare che è propria dei Paesi civilizzati.

 

Le riprese del film sono durate sei anni. Un tempo molto lungo..

Per prima cosa ho dovuto costruire l’aereo [ride].

Mi è servito molto tempo per dare forma al film, non è stato solo un viaggio in Africa, ma un viaggio introspettivo. I miei pensieri hanno trovato espressione solo quando sono giunto a destinazione. Ho messo tutto in discussione, ribaltando anche la mia prospettiva.

 

 

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